Cassazione n. 5925 del 07 febbraio 2014 Discarica senza inquinamento

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Come stabilito da questa Sezione reato di realizzazione di discarica abusiva non implica necessariamente l’esistenza di contaminazione del suolo rilevante ai fini della obbligatoria bonifica. Sul punto appare univoca la disciplina del D.Lgs. 13 gennaio 2006, n. 36, che fissa in modo chiaro i presupposti della legittima attività di apprestamento, realizzazione e gestione della discarica, ivi comprese le procedure di chiusura della discarica stessa e di ripristino ambientale; tali presupposti rendono evidente la differenza esistente fra le previsioni del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, artt. 255 e 256 (ipotesi di abbandono illecito dei rifiuti e di realizzazione e gestione di una discarica) e quelle contenute nell’art. 257 della medesima Legge, che disciplinano l’ipotesi di contaminazione dei siti, di obbligo di segnalazione e attivazione e di responsabilità in caso di omessa attivazione per la bonifica degli stessi.

Discarica senza inquinamento

Di Avv. Rosa Bertuzzi

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 22-01-2014) 07-02-2014, n. 5925

Come stabilito da questa Sezione reato di realizzazione di discarica abusiva non implica necessariamente l’esistenza di contaminazione del suolo rilevante ai fini della obbligatoria bonifica. Sul punto appare univoca la disciplina del D.Lgs. 13 gennaio 2006, n. 36, che fissa in modo chiaro i presupposti della legittima attività di apprestamento, realizzazione e gestione della discarica, ivi comprese le procedure di chiusura della discarica stessa e di ripristino ambientale; tali presupposti rendono evidente la differenza esistente fra le previsioni del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, artt. 255 e 256 (ipotesi di abbandono illecito dei rifiuti e di realizzazione e gestione di una discarica) e quelle contenute nell’art. 257 della medesima Legge, che disciplinano l’ipotesi di contaminazione dei siti, di obbligo di segnalazione e attivazione e di responsabilità in caso di omessa attivazione per la bonifica degli stessi

Eccola sentenza della Cassazione:

1. Con ordinanza del 16/9/2013 il Tribunale di Napoli ha respinto l’istanza di riesame proposta dal Sig. B., quale legale rappresentante della “Petrinum Estrazione S.r.l.”, avverso il decreto di sequestro preventivo di un’area ubicata in territorio del Comune di (OMISSIS) (foglio 10, particella 121 del Catasto) emesso dal Giudice delle indagini preliminari del Tribunale in sede in data 12/6/2013 in relazione al reato D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, ex art. 256. Osserva il Tribunale che l’area interessata dal sequestro era stata in passato utilizzata come cava, oggi dismessa; osserva, ancora, che nell’area e nel sottosuolo della stessa sono stati rinvenuto molteplici materiali, fra cui materiali contenenti cemento amianto (eternit), definitivamente smaltiti in assenza di qualsiasi autorizzazione. Su tale base il Pubblico ministero in sede aveva inizialmente ordinato il sequestro dell’area, qualificata come discarica abusiva; il relativo decreto era stato annullato dal tribunale de riesame per difetto di motivazione; a seguito dell’annullamento il Pubblico ministero aveva nuovamente disposto il sequestro e sottoposto al Giudice delle indagini preliminari il proprio decreto per la convalida, disposta dal giudice in data 12/6/2013 e seguita dall’emissione di autonomo decreto di sequestro preventivo. Osserva, ancora, che la circostanza che il sito sia stato dichiarato non contaminato dall’Arpac (difettando peraltro nella documentazione difensiva ogni riferimento ai dati catastali e sussistendo così dubbi sulla riferibilità del provvedimento amministrativo all’area in questione) non toglie che si sia in presenza del “fumus” di reato, quale emerge dalla natura composita dei rifiuti presenti, dalla molteplicità degli stessi, dalla presenza di rifiuti contenenti amianto, dalle modalità di abbandono dei rifiuti che depongono per la definitività dello stesso, dal degrado dell’area e dall’assenza di qualsiasi titolo abilitativo. Palesi appaiono, infine, le esigenze cautelari attesi i rischi derivanti dalla libera disponibilità dell’area e dalla obbligatoria confisca dell’area in caso di accertamento di reato.

2. Avverso tal decisione propone ricorso il sig. B. tramite il Difensore, in sintesi lamentando: errata applicazione di legge ex art. 606 c.p.p., lett. b) e vizio di motivazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e). Difetta nel caso in esame il necessario legame fra la cosa sequestrata e l’illecito ipotizzato, posto che la relazione ARPAC depositata qualifica il sito come non contaminato e sul punto il provvedimento impugnato omette ogni motivazione, così che deve essere annullato sia per carenza dei presupposti della misura cautelare sia per difetto assoluto di motivazione.

Motivi della decisione

1. La Corte ritiene che il ricorso non meriti accoglimento. Come stabilito da questa Sezione con la sentenza n. 32707 del 18 marzo 2013, Rubegni, il reato di realizzazione di discarica abusiva non implica necessariamente l’esistenza di contaminazione del suolo rilevante ai fini della obbligatoria bonifica. Sul punto appare univoca la disciplina del D.Lgs. 13 gennaio 2006, n. 36, che fissa in modo chiaro i presupposti della legittima attività di apprestamento, realizzazione e gestione della discarica, ivi comprese le procedure di chiusura della discarica stessa e di ripristino ambientale; tali presupposti rendono evidente la differenza esistente fra le previsioni del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, artt. 255 e 256 (ipotesi di abbandono illecito dei rifiuti e di realizzazione e gestione di una discarica) e quelle contenute nell’art. 257 della medesima Legge, che disciplinano l’ipotesi di contaminazione dei siti, di obbligo di segnalazione e attivazione e di responsabilità in caso di omessa attivazione per la bonifica degli stessi.

2. Non vi è dubbio, dunque, che la mancanza di “contaminazione” di un sito, quale emerge secondo il ricorrente dalla documentazione Arpac prodotta, non priva di rilevanza la diversa circostanza, in sè non contestata coi motivi di ricorso, che all’interno dell’area di cava fossero presenti rifiuti abbandonati in modo indiscriminato e che fra tali rifiuti vi fossero lastre di cementoamianto (eternit); si tratta di circostanza che secondo il Giudice delle indagini preliminari e il Tribunale, con giudizio di fatto non sindacabile in questa sede, presentano caratteristiche di degrado tali da integrare l’ipotesi di realizzazione illecita di una discarica.

3. Se questa è la situazione emergente nella fase iniziale delle indagini, tale da giustificare il giudizio di sussistenza delle esigenze cautelari come sviluppato nella parte conclusiva dell’ordinanza impugnata, spetterà al prosieguo delle indagini approfondire la situazione di fatto e verificare l’incidenza degli atti amministrativi cui il ricorrente si riferisce, così che sarà possibile al ricorrente stesso sollecitare un provvedimento di restituzione dell’area qualora ne sussistano i presupposti.

4. Alla luce delle considerazioni fin qui esposte il ricorso deve essere respinto e il ricorrente condannato, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 22 gennaio 2014.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2014